L'addio di Sansonetti alla Calabria

Dettagli

Pubblico integralmente lo sfogo con cui Piero Sansonetti, finora direttore di Calabria Ora, lascia il suo giornale e la Calabria. Il corsivo all'inizio è una mia riflessione.

Non sono mai stato un fan di Piero Sansonetti. Non mi è mai piaciuto molto come personaggio televisivo. Ma a volte ho apprezzato il suo sforzo per mantenere nel suo profilo, un po' gauchista e un po'  radical scic, una piccola maschera da pecora nera.

Ho l'impressione che la sua "avventura in Calabria" preveda una riflessione un poco più profonda di uno sfogo "per avvenuto licenziamento" e immagino che Sansonetti se ne occuperà con il solito libro di memorie seguendo il solco dei tanti viaggiatori, generali, governatori e letterati che da secoli raccontano il loro mostruoso "amore" per questa regione e la loro ancora più mostruosa delusione per la crudele insensibilità della amata che rifiuta di rendersi "amabile", di trasformarsi, di lasciarsi plasmare.

 

Fin qui nulla di strano o di particolare. Da secoli il sud e la Calabria si lasciano raccontare "malamente" dai loro innamorati delusi. La cosa forse non ha fatto molto bene agli innamorati (non mi pare che si contino molti successi letterari di questo tipo) e, sono sicuro, non ha mai fatto molto bene al sud e alla Calabria che ne sono usciti come ne sono usciti.

Non è facile raccontare la Calabria. Per una serie di motivi. Perché credo che la Calabria in particolare sia veramente mostruosa e che come i veri mostri abbia due identità, due facce, due personalità. Non è raro che chi la incontra si innamori di una personalità ma poi cada nell'altra che è solo un trabocchetto, una trappola, un clichet. Capitò ad Ulisse può capitare a un Sansonetti.

Per cui penso proprio che il Piero non sia andato a sbattere contro un muro, come lui sostiene, né sia stato cacciato o respinto dalla Calabria. Semplicemente l'ha vista, se ne è innamorato, ma è caduto nella trappola, nel clichet.

E dire che lui, a differenza di tanti altri, avrebbe, o dovrebbe avere, strumenti adeguati di navigazione. E invece è andato dietro agli ingannevoli segnali delle sovrastrutture. Non avendo sufficiente cera da mettere nelle orecchie si è lasciato guidare dal canto delle sirene. Legalità, diritto, nord e sud, sottosviluppo, mancanza di una classe dirigente, mancanza della classe operaia, mancanza della borghesia, contadini, non c'è mai stata la sinistra, Gullo Misasi e Mancini…

Che dire ad uno così sprofondato nel clichet?

Sennonché il Pierino, a differenza di altri, qualcosa riesce a vederla. E non è cosa da poco: la deportazione di milioni di lavoratori. Sforzati Pierino che ci arrivi. Se c'è la deportazione ci sono i lavoratori, se ci sono i lavoratori ci sono (o ci sono state) le aziende. Se ci sono state le aziende ed i lavoratori c'è il capitalismo. Se c'è il capitalismo c'è stata, probabilmente, una rivoluzione, (l'unica in Italia), magari sconfitta e repressa nel sangue per decenni. Magari ci sono state rivolte e rivoltosi che cercavano un mondo nuovo una comunità più giusta. Li chiamarono briganti e il loro desideri di vita e di uguaglianza lo spiegò agli Italiani il sig. Lombroso.

Ma questo accadeva nell'800. Nel dopoguerra la sinistra non c'era tranne Gullo, Mancini, Misasi…  La sinistrta non c'era ma guarda caso il ministro Togliatti ebbe ad intervenire personalmente per tentare di sedare una rivoluzione. Una fesseria. Meno di diecimila operai agricoli di una contrada della Calabria Ultra, armati di tutto punto che avevano costituito i tribunali del Popolo e stavano attuando tutte le riforme promesse da un secolo. La chiamarono la Repubblica Rossa di Caulonia e fu disarmata da Togliatti e repressa nel sangue da fascisti, padronato e carabinieri insieme appassionatamente. Gli insorti furono tutti liberati nel nome della pacificazione nazionale tranne una ventina di operai bastonati fino a morire o a rimanere storpiati per sempre. Tranne il sindaco iscritto al PCI e messo in galera per una decina d'anni.

Ma negli anni "70 c'erano solo Gullo, Mancini e Misasi.

E' vero!. E non erano neppure del tutto di sinistra. Non c'erano i dirigenti dirigenti di sinistra, allora, semplicemente perché non li lasciavano crescere. Li ammazzavano subito, ancora giovanetti, per evitare che facessero danni. Come Ciccio Vinci e Rocco Gatto. Oppure li mandavano via a trovarsi al nord un pezzo di futuro. Esattamente come adesso.

Quelli che restavano venivano corrotti. Oppure convinti con consigli affettuosi. Chi te lo fa fare. Il mondo è andato sempre così. Segui l'undicesimo comandamento... Esattamente come adesso.

Non c'era e c'è classe dirigente? C'è invece ed è efficientissima.

Ovviamente per il compito assegnatole. Ragiona Piero. Se di devono deportare i lavoratori (non solo al Nord, ma in Svizzera, in Belgio, in Francia, in Germani, nelle Americhe, e poi nei campi, nelle officine, nelle miniere, oggi anche negli uffici e nei giornali…) Se si devono deportare i lavoratori la classe dirigente più efficiente non può essere fatta da tanti Adriano Olivetti. Ci vogliono degli aguzzini e lo sfruttamento in loco deve essere veramente terribile. Padroni e sfruttatori sanguinari. Altrimenti come si fa a convincere un giovane a lasciare la famiglia e una terra così bella per chiudersi in una miniera?

Caro Piero davvero volevi insegnare ai padroni calabresi come si trattano i lavoratori? 

 

 

 

 

di PIERO SANSONETTI 

Lascio la direzione di questo giornale, per via di alcuni dissensi con la proprietà. Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fimo a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo, che consentiva risparmi molto forti senza sacrificare il personale. Il mio piano è stato approvato all'unanimità dall’assemblea ma all'editore non è piaciuto. Non lo ha considerato sufficiente. E così, dopo travagliate discussioni e tentativi di trovare vie d'uscita, l'altra sera siamo arrivati alla decisione dell'editore di respingere il mio piano, procedere al mio licenziamento e nominare un nuovo direttore. Il motivo per il quale mi sono opposto ai tagli del personale non credo di doverlo spiegare a voi. Se in questi tre anni avete letto qualche mio articolo conoscete la mia posizione su questi problemi. La lotta contro i licenziamenti, contro il dilagare del lavoro precario, contro lo sfruttamento, è stata sempre una mia idea fissa. Tra qualche riga proverò a dirlo meglio, ma già lo ho scritto spesso: considero l'assenza di “Diritto nel lavoro" il problema principale di questa regione. Penso che è lì che avvengono le sopraffazioni maggiori. E addirittura penso che l'assenza del diritto sia un male più grande ancora della 'ndrangheta e della criminalità organizzata. FALLIMENTO Mi ne vado da qui, e torno a Roma, con una grande amarezza e con la convinzione di avere fallito. Sia chiaro: non do la colpa a nessuno. È una vecchia abitudine, quando si va a sbattere contro un muro e ci si fa male, quella di strepitare: "è colpa sua, è colpa sua". E semplice: se sono andato a sbattere vuol dire che guidavo male. Volevo fare un giornale che desse una scossa vero all'intellettualità e alla classe dirigente calabrese. E che fosse un giornale davvero popolare, cioè vicino al popolo, ai suoi bisogni, capace di difenderlo senza assecondare le pulsioni populiste e qualunquiste. So benissimo di non esserci riuscito. E di avere dato poco questa regione della quale - questo ve lo giuro - in questi anni mi sono perdutamente innamorato. Per questo sento l'angoscia di essere cacciato dalla Calabria. Quando si prende atto di un fallimento - netto, chiaro, indiscutibile, come è stato il mio - bisognerebbe avere la lucidità per capirne le cause, e dirle. Purtroppo non ho questa lucidità, o ancora non la ho. So di avere accettato troppi compromessi, perché pensavo di essere così forte e bravo da potere guidare io i compromessi, e di poterli utilizzare, e di sapere ricondurre tutto al mio disegno. Che sciocchezza! Non ci sono riuscito mai. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo. LA CALABRIA Ma siccome la presunzione è una malattia inguaribile, resto presuntuoso, e prima di andarmene voglio dirvi cosa credo di avere capito di questa regione. Di solito, se si parla della Calabria, si dice che il suo problema è l'illegalità. Io non ho mai creduto al valore della legalità, anzi, disprezzo la legalità. Credo a un principio molto diverso: quello del Diritto e dei Diritti. La legalità può essere ingiusta, può essere oppressiva, può essere conformista, bigotta, vetusta, persecutoria, conservatrice - anzi: è sempre conservatrice - e non è affatto detto che sia garanzia dei diritti. La legalità è il contrario della ribellione. Non mi è mai piaciuta Il Diritto è un'altra cosa: il diritto - e i diritti - sono quei grandi valori della civiltà, in continua evoluzione, che si oppongono alla sopraffazione, al dominio, e tendono ad affermare l'uguaglianza delle donne e degli uomini e la primazia della loro dignità rispetto agli interessi dell'economia e del potere. Il Diritto tende all'uguaglianza. Ed è il contrario del Potere. Quando si dice che il problema della Calabria è la legalità si cerca di irrobustire quel vecchio pregiudizio del Nord, secondo il quale la questione meridionale è una questione criminale. E così è facile trovare la soluzione: più polizia, più giudici, più manette, un po' di esercito e un po'di razzismo sano e moderno, alimentato dalla buona stampa nazionale. Io invece penso che il problema all'ordine del giorno sia il Diritto, soprattutto il Diritto della Calabria nei confronti del Nord. È il Nord che da decenni viola i diritti fondamentali della Calabria. Prima di tutto il diritto del popolo calabrese ad essere popolo calabrese. Quello che solitamente viene chiamato il fenomeno dell'emigrazione - ma che io preferisco chiamare la “deportazione" - e cioè il trasferimento al Nord di milioni di calabresi, sottomessi e spinti a lavorare per il miracolo economico lombardo, o piemontese, o ligure o romano — è uno dei più grandi atti di sopraffazione di massa compiuti sotto l'occhio benevolo della Repubblica italiana. È un delitto. E non ha trovato opposizione. Neppure la sinistra, nel dopoguerra, si è mai fatta carico di questa gigantesca ingiustizia. Perché? Perché purtroppo, in Italia, anche la sinistra è settentrionale. La Calabria - nonostante grandi personaggi politici isolati, come Gullo, o Mancini, o Misasi - non ha mai avuto una sinistra. Così come tutto il Mezzogiorno d’Italia. Nasce da qui, esattamente da qui, la consuetudine di cancellare il Diritto della Calabria, e in particolare il Diritto del lavoro. Mi piacerebbe raccontare qualcosa di scandaloso ai miei amici e compagni di Roma e del Nord, compresa Susanna Camusso, il capo del sindacato che recentemente è scesa qui da noi e ha anche detto cose sagge, perché sicuramente è una persona seria. Cara Camusso, lo sai quanto paga la 'ndranghetta un picciotto? Mille euro al mese. E sai quanto guadagna un coetaneo del picciotto che lavora legalmente a tempo pieno in un call center, o in campagna, o anche in ufficio e persino in un giornale, come giornalista? È facile che guadagni meno della metà. Qui ho imparato che un trentenne con uno stipendio di sette o ottocento euro si considera fortunato. Camusso, pensi che in queste condizioni ci sia da stupirsi se la 'ndrangheta prospera? E pensi che aumentando il numero dei poliziotti e dei giudici - ottime e spesso eroiche persone - le cose possano migliorare? Mi piacerebbe davvero, Camusso, conoscere la tua risposta, perché non sono domande retoriche, né polemiche, però sento che sono domande drammatiche e penso che sia giusto porle. Quando sono sceso a Cosenza, da Roma, e ho preso la direzione di Calabria Ora, ho scritto un editoriale nel quale dicevo essenzialmente una cosa: qui manca la classe dirigente. La Calabria ha bisogno di una classe dirigente che sappia rappresentare il popolo, sbattere i pugni sul tavolo a Roma e assumersi finalmente là responsabilità dell'affermazione dei diritti. Dopo tre anni confermo quelle cose, con l'angoscia di chi sa di non essere riuscito a smuovere nemmeno uno stecchetto di paglia per cambiarle. Vedete, io penso che la Calabria soffra dell'assenza delle classi sociali che hanno costruito l’Italia: la borghesia e la lasse operaia. Qui non c'è borghesia: c'è il padronato. E non c'è classe operaia: c'è un popolo sconfitto, sfregiato, deportato, oppresso, e che non riesce ad uscire dalla rassegnazione. Sì: il "padronato", proprio con quell'accezione assolutamente negativa della parola che usavamo noi ragazzi degli anni settanta. Un padronato che considera il proprio borsellino come un Dio, e tratta gli 'esseri umani come cose, accidenti, strumenti, rifiuti". Già lo ha detto il papa, ha usato, indignato questa parola: “rifiuti". Per una volta fatelo scrivere anche a me, ateo e anticlericale: viva il papa. I GIUDICI Prima di tornarmene a Roma devo dire qualcosa sui giudici. Perché in questi anni sono stati un mio bersaglio fisso. In realtà ho grande stima per quasi tutti gli investigatori calabresi, credo però che il compito di un giornale sia quello di mettere sempre sotto controllo e sotto accusa il potere. E io sono persuaso che oggi in Italia - ma soprattutto in Calabria - il potere dei magistrati sia - insieme al potere economico e padronale - di gran lunga il potere più forte. Per questo io considero il garantismo un valore assoluto, da difendere coi denti, come caposaldo della civiltà. Oggi il garantismo è pesantemente messo in discussione - anzi sconfitto - dal dilagare, nell'opinione pubblica, di un feroce giustizialismo. Talvolta ispirato dai più tradizionali principi reazionari, talvolta da forti spinte etiche. Recentemente ne ho discusso, in un dibattito a Gerace, in Aspromonte, col Procuratore di Reggio, Federico Cafiero De Raho. Lui, a un certo punto della discussione, ha sostenuto che la giustizia serve ai deboli, perché i forti non ne hanno bisogno. Io gli ho risposto che apprezzo la sua spinta etica, ma che giustizia ed etica non devono mai coincidere, perché il male dei mali è lo Stato etico, che può essere solo autoritario e fondamentalista. Come fu lo stato fascista, come furono gli stati comunisti. Devo dire onestamente che lui - Cafiero - poi ha precisato meglio il suo parere, e che io ho apprezzato moltissimo la sua capacità di discutere - e ci siamo detti che avremmo proseguito la discussione in altra sede, e invece, con dispiacere, dovrò disdire l'appuntamento- ma in me resta questo grande timore: per i giudici - capaci, onesti - che pensano di svolgere una missione. Non è così, fare il magistrato è un mestiere, non una missione assegnata da Dio! E il prevalere di una concezione giudiziaria della vita pubblica non può che nuocere alla Calabria, ne sono convintissimo. GLI EDITORI Ho lavorato per tre anni e mezzo con i miei editori, la famiglia Citrigno, e spesso mi è capitato di difendere uno di loro, Piero, dagli attacchi della magistratura che ho sempre considerato come un vero e proprio accanimento. Non è che ora, perché mi hanno licenziato, cambio la mia posizione. Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone. Qui in Calabria ho conosciuto più da vicino il capitalismo: è una brutta bestia. Alla famiglia Citrigno lancio solo un appello: ci ripensi e ritiri la proposta di licenziamenti di massa. Spero - spero davvero — che mi darà retta. RINGRAZIAMENTI Ringrazio soprattutto i lettori. I tanti che ci sono stati vicini in questi anni. Ci hanno dato forza, convinzione, tranquillità. Mi dispiace moltissimo lasciarli. Mi ci trovavo proprio bene. Poi ringrazio tutti i giornalisti e i poligrafici, e i tecnici del giornale, una grande squadra, davvero. Che può avere un gran futuro. In particolare, ovviamente, ringrazio il mio caro amico vicedirettore, Davide Vari. Non faccio altri nomi (potrei, forse e mio malgrado, danneggiarli...). Ringrazio anche i giornalisti che in questi anni hanno lasciato il giornale, per tante ragioni, qualcuno polemicamente, anche con me: non escludo di avere avuto qualche colpa per il loro allontanamento. E infine vorrei ringraziare - quasi fossi una persona perbene... - le autorità. Pero c'è una sola autorità che ringrazio davvero. Lontanissima, da me e dalla mia cultura. Ma è l'unica che ho trovato veramente al fianco del popolo della Calabria, e quando è stato necessario anche al fianco del giornale: l'autorità ecclesiastica. E in particolare ringrazio due persone stupende: il vescovo Nunnari e il vescovo Morosini (anche gli altri, per carità, non si offendano: ma ci siamo conosciuti poco). UN SALUTO SPECIALE È chiaro che un saluto speciale lo rivolgo ad Alessandro Bozzo, ragazzo splendido, giornalista bravissimo, morto suicida poco meno di un anno fa. Lo ho scritto altre volte: nessuno sa spiegare un gesto così tragico e grandioso, come un suicidio. Ma tutti coloro che hanno vissuto accanto a lui, ed io per primo, si sentono in qualche modo responsabili: non lo abbiamo capito, non lo abbiamo aiutato, abbiamo commesso delle ingiustizie. E’ così. Arrivederci Auguri a tutti, e soprattutto al mio successore Luciano Regolo. Non lo conosco personalmente. Mi dicono che sia un grande esperto di famiglie reali. Beh, qui in Calabria è pieno di famiglie reali: spero che troverà il modo per non farsi affascinare da loro e per tenerle a distanza.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

   

Bacheca Eventi

Referendum NO TRIV

Assemblea organizzativa

Comprensorio di Soverato

Sabato 12 Marzo ore 18

Presso l'Acquario di Soverato

   

Bacheca Avvisi

   

Bacheca Cerca-Trova

   
© ADGRAPHISART