PER USCIRE DAL TUNNEL Diventiamo Comprensorio !

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Manifesto per la  costituzione di un
Comitato per la Promozione del Comprensorio Soveratese

Vogliamo costituire un’associazione, un circolo, meglio, una fondazione o più semplicemente un Comitato

Lo riteniamo urgente utile importante.

Sappiamo che esistono già nel nostro territorio centinaia di associazioni circoli e clubs per qualsivoglia scopo ed obiettivo. Ma per questo scopo non c’è niente.

Un Comitato per pensare, progettare, promuovere e difendere il nostro comprensorio.

Perché il comprensorio non è un’idea, un ghiribizzo, un sogno politico.

E’ qualcosa che abbiamo e che però ci manca.

Qualcosa che coinvolge la nostra identità, i nostri interessi,  le nostre prospettive di sviluppo.

E’ una parte importante del nostro passato del nostro presente, del nostro futuro.

 

Identità e interessi

Quando siamo fuori e qualcuno ci chiede di dove siamo, rispondiamo automaticamente: Soverato, Satriano, Sant’Andrea... Ma subito ci accorgiamo che è una risposta monca, incompleta. Perché siamo nati a Chiaravalle, abbiamo studiato a Soverato, uno dei nostri figli abita a Montepaone, nostro nipote ha trovato un lavoro a Guardavalle e andiamo al mare in Marina di Isca perché poi mangiamo la pizza a Badolato.

Se rispondessimo: sono della Provincia di Catanzaro sarebbe una risposta addirittura fuorviante. Cosa abbiamo a che fare con persone del Reventino, del Lametino o della Sila piccola? Vedete come per definire identità legate a luoghi, automaticamente, utilizziamo nomi di comprensorio?

Così facciamo quando parliamo della Locride, delle Serre, del Vibonese. Indichiamo identità precise, storie e tradizioni.

Ma il comprensorio non è solo una questione di identità e quindi di usi di storia e tradizioni. E’ soprattutto questione di interessi importanti e vitali. Se nel comune di Satriano si attua lo scarico delle fogne senza trattamento nell’Ancinale non si inquina solo il territorio di Satriano ma quello di Davoli, di Soverato e tramite il mare anche quello di Sant’Andrea e di Montepaone. Con un danno economico quantificabile nei suoi diversi effetti (calo del turismo, rallentamento dello sviluppo, danneggiamento della salute e via elencando. Se a Guardavalle scoppia la Faida dei Viparari, il danno d’immagine non riguarda solo quel paese ma l’intero comprensorio. E al contrario se a Montepaone si sviluppa una importante attività alberghiera ci lavorano anche quelli di Satriano e forniscono le verdure anche i coltivatori di Davoli e quelli di Vallefiorita.

Il comprensorio esiste già nella vita di tutti e di tutti i giorni e dà i suoi frutti buoni o cattivi a seconda del lavoro che abbiamo fatto.

Il problema è che la politica e le istituzioni non si sono accorti di questa esistenza. Non gli interessa. La negano e la ostacolano in mille maniere, impedendone un sereno e armonioso sviluppo.

Con esiti bizzarri e spesso disastrosi.

Ogni comune si fa il proprio piano regolatore e può accadere che la stessa collina di confine venga data per edificabile da una parte e non edificabile dall’altra. O che due rive dello stesso fiume vengano da una parte considerata zona turistica e dall’altra zona industriale. Nella gestione dei servizi si assiste a incongruenze e sprechi paradossali. Basterebbe organizzare servizi comuni per ottenere risparmi enormi che potrebbero essere destinati allo sviluppo.

Per non parlare poi del comportamento dei politici eletti e nominati. Assessori provinciali e regionali, deputati e senatori, ministri e sottosegretari non attivano infrastrutture e finanziamenti dove servono e dove possono portare sviluppo ma dove risiedono le loro clientele elettorali. Per questo esistono le grandi e piccole cattedrali nel deserto e le grandi e piccole carenze di infrastrutture.

Certo questi sono problemi antichi e bene o male, piuttosto male che bene, ci abbiamo convissuto per decenni.

 

Perchè proprio ora?

Perché quindi dovremmo risolverli ora? Perché fare ora un Comitato apposito? Quale è l’urgenza?

L’urgenze è che stiamo vivendo un’epoca di grandi e veloci cambiamenti che, non riusciamo spesso a studiare a comprendere a pre/vedere e a dominare completamente.

La crisi economica, dopo la globalizzazione e le famigerate teorie finanziarie culturali e sociali in voga negli ultimi decenni, ha maggiormente aggravato i problemi delle comunità municipali più piccole (cittdine, borghi, paesi).

Soprattutto al Sud. Soprattutto in Calabria.

Oltre alle note dinamiche nazionali (aumento della miseria, aumento dello scarto tra ricchi e poveri, aumento delle paure e le insicurezze sociali, aumento della disoccupazione e del lavoro sottopagato tra i più giovani e le donne), qui da noi hanno inciso pesantemente alcune dinamiche specifiche:

  • E’ aumentato lo spopolamento, con l’emigrazione al nord, all’estero o nelle grandi città, della parte di popolazione più forte, più giovane, più coraggiosa, più preparata.
  • La nuova povertà ha sconquassate le comunità, distruggendone i legami (il lavoro, le tradizioni, la cultura, la solidarietà)
  • E’ stato scompaginato il flusso degli investimenti passando velocissimamente da una mole, anche notevole, di investimenti, spesso fatti solo per usufruire di finanziamenti facili, al blocco quasi totale dei lavori pubblici. Strumenti perversi di questo blocco sono stati: la chiusura delle fonti finanziarie, il patto interno di stabilità, la scelta strategica della prevalenza delle grandi opere e la gestione centralizzata, che, oltre a rubare risorse all’economia locale, ha impedito soluzioni coerenti (soprattutto dal punto di vista dimensionale) con le esigenze del territorio.
  • E’ stata instaurata una competizione artificiosa tra Nord raccontato virtuoso e meritevole di investimenti e un Sud descritto com infingardo che non ne ha diritto perché non riesce a spenderli, con conseguente predazione e dragaggio di risorse da sud a nord. Questo ha danneggiato molto di più le comunità e le municipalità più piccole che non hanno potuto partecipare a piani europei specifici (Piani Urban)
  • E’ stato infine, con la legge porcello, cancellato il rapporto tra i politici ed il territorio, togliendo agli elettori e quindi alle comunità locali, ogni capacità di influenzare gli eletti, dipendenti, oramai, da scelte effettuate a livello centrale. Questo fatto di rilievo nazionale, ha però inciso di più sul Sud e sulla Calabria e nelle comunità più piccole che  da sempre soffrono di maggiore isolamento.

A livello locale tutto questo si è tradotto nel massimo indebolimento delle istituzioni municipali e delle comunità. Soprattutto i piccoli comuni hanno perso moltissimo in termini di servizi, di benessere economico e sociale, di investimenti, di capacità e prospettive di sviluppo.

Il risultato sono i nostri piccoli borghi, interni e ora anche di marina, spesso già poveri in partenza di infrastrutture, oggi ancora di più senza scuole, senza servizi assistenziali, senza uffici postali, senza trasporti pubblici, senza giovani, senza negozi aziende e laboratori artigiani, sommersi dalla spazzatura non raccolta, con le marine e le campagne inquinate dai rifiuti organici e le speranze dell’arrivo dei turisti che calano ogni giorno di più.

Nonostante in questi giorni si parli di ritorno alla prima repubblica e quindi al secolo scorso, non è prevedibile che questi andamenti (nazionali ed internazionali), possano subire una inversione di tendenza. E’ invece prevedibile una accentuazione ed una maggiore velocizzazione di queste dinamiche. Se non altro come conseguenza della crisi, della europeizzazione della legislatura nazionale e di norme già in vigore o che saranno avviate (Federalismo fiscale,  Abolizione delle Province)

Il rischio reale, concreto ed immediato,  per le piccole comunità municipali calabresi, se nessuno suona la sveglia, non è solo di continuare a subire senza reagire tutti i contraccolpi negativi della crisi e della globalizzazione/modernizzazione, ma anche quello di non riuscire ad usufruire di alcuni indubbi vantaggi ad essa legati. Con la nascita di altre arretratezze come il digital divide (lo scarso o nullo uso di Internet per l’inesistenza o l’arretratezza delle reti)

 

Cosa possiamo fare

Ma noi cosa possiamo farci? A quale santo ci dobbiamo votare?

  • Possiamo fare molto se cominciamo ad intervenire su tutto quello che accade vicino a noi e finora abbiamo fatto finta di non vedere.
  • Possiamo fare molto se smettiamo di cercare santi a cui votarci e cominciamo ad agire diret
  • tamente.
  • Possiamo fare molto se riusciamo a superare una logica di separatezza municipalistica che blocca ogni trasformazione e cominciamo a “vedere” i singoli territori nella loro interconnessione e a favorire il loro naturale processo di unificazione.

E’ necessario che muoiano le province, segmentazioni arbitrarie di tipo amministrativo nate nell’ottocento per risolvere problemi di controllo e gestione dello stato nazionale e diventate in generale pure e semplici centrali di spesa e di spreco.

E’ altrettanto necessario che nascano i comprensori, le federazioni di comuni che vivono, su territori omogenei,  con le stesse problematiche infrastrutturali, che abbiano la convenienza di usufruire di servizi comuni, che guardino ad identiche prospettive di sviluppo.

Il nostro comprensorio è già una realtà. Vive della nostra vita.

Ma non riusciamo a vederlo. Non gli abbiamo neanche dato un nome. Soveratese? Riviera di Nausica? Medio Jonio?

Non lo vedono nemmeno le scuole che hanno il compito di formare i giovani e le classi dirigenti di domani.

Non lo vedono soprattutto i politici che hanno responsabilità politiche e amministrative, che gestiscono la nostra vita.

A destra come al centro e a sinistra, partiti e persone che, da decenni, hanno chiesto ed ottenuto i voti nel nostro comprensorio, per questo come per altro, non fanno nulla, non propongono nulla.

La chiacchiera politica si sofferma sempre e inevitabilmente sulle schermaglie interne ai loro interessi e agli interessi dei loro partiti.

Non parlano del comprensorio. se non per citarlo di straforo in qualche comizio o volantino.

Ne ignorano l’esistenza.

Non lo capiscono.

Eppure ce ne sono di cose da capire e da proporre.

Cominciando dal ruolo della municipalità in questo mutato scenario economico politico ed istituzionale.

Le nostre cittadine, i borghi e i paesini calabresi affrontano con grandissima difficoltà - o non affrontane per nulla - i temi dello sviluppo, della gestione razionale dei servizi, della salvaguardia dell’ambiente, della lotta comune contro le mafie.

Rimangono spesso più deboli e indietro rispetto alle regioni del nord e anche ad altre regioni del sud.

Per questo serve un motore/catalizzatore dello sviluppo politico, culturale, economico del comprensorio. Il catalizzatore di un processo di unificazione e coagulazione delle energie positive dei singoli comuni.

Per questo occorre una piccola rivoluzione culturale e politica a partire dalla nostra più immediata realtà.

Non è più tempo, se mai lo è stato, di campanilismi, di rinchiusura entro i confini dei nostri microscopici paesini e borghi.

Non è più tempo neanche di pensare alle comunità locali nei termini di pura gestione delle dinamiche municipali.

Così si sarebbe condannati alla decadenza e alla miseria.

Nell’Italia della globalizzazione, del federalismo prossimo venturo, anche se più volte travisato e abortito, nell’Italia del governo dei finanzieri, dei tagli indiscriminati e della tanto invocata efficienza, i piccolissimi comuni, da soli, non riescono a garantire i servizi, a salvaguardare la coesione sociale a difendere e a valorizzare i propri patrimoni, a proporre nessuno sviluppo.

Non riescono a difendere gli interessi materiali sociali e culturali del loro territorio.

Il problema non è facile.

Non si può risolvere con una o più delibere comunali.

 

Una rivoluzione culturale

Occorre una rivoluzione culturale.

Occorre quindi la “cosa” che vogliamo fondare. Un Comitato o altro. E’ veramente urgente.

  • Per promuovere l’azione comune di tutte le energie positive che esprime il comprensorio: i comuni certo, ma anche le banche, le aziende dei settori più importanti, le associazioni, il commercio, il turismo, le scuole.
  • Per ripensare tutti insieme, a partire dalle scuole ed in maniera nuova, alla nostra identità completa, allo sviluppo economico, sociale culturale dell’intero comprensorio e non dei singoli comuni.
  • Per proporre progettare e attuare una gestione integrata e complessiva dei servizi.
  • Per difendere il territorio dalle aggressioni e depredazioni delle mafie, ma anche di chi ci ha derubato dei treni, degli uffici postali, delle scuole, degli incentivi europei, degli investimenti.
  • Per attrarre risorse nuove e nuovi interessi economici che collaborino al nostro sviluppo.
  • Per elaborare e realizzare strategie efficaci per la difesa e valorizzazione del territorio con investimenti necessari e mirati e non sprechi di denaro pubblico.
  • Per promuovere un progetto per l’intero territorio comprensoriale, coerente con uno sviluppo sostenibile, che si raccordi con le esigenze e le risorse dei singoli comuni. Se è stato fatto nel secolo scorso, perché non può essere fatto meglio oggi?
  • Per sviluppare anche capacità di intervento sociale più adeguate e omogenee che aiutino chi resta indietro a mettersi in pari e non si limitino alla carità.
  • Per affrontare, infine, sfide ancora più grandi, come la sicurezza contro gli eventi calamitosi che, purtroppo, si prevedono sempre più numerosi e più disastrosi. Alle alluvioni, alle mareggiate, ai terremoti non si può continuare a rispondere solo con il solito piagnisteo sullo sfasciume pendulo e sul destino cinico e baro.

Il nostro territorio è anche rimasto indietro nella modernizzazione. Traffico e parcheggi, Raccolta differenziata, WI-FI e Connessioni internet, Uso e valorizzazione del mare, Ricettività diffusa a basso costo, Qualità della vita (Lotta ai rumori, all’alcolismo nei ragazzi, al gioco d’azzardo, alle barriere architettoniche e sociali etc), Risparmio energetico e sviluppo delle energie alternative. Temi che vanno affrontati in maniera nuova con impegno e determinazione e senza preclusioni nei confronti di nessuno che abbia voglia ed energie da dedicare a questo.

Mettendoci tutta la passione e la pazienza che ci vuole.

Come hanno fatto altri prima di noi. Franco Nisticò per esempio.

Vogliamo fare tutto questo e capiamo che è moltissimo.

Veramente troppo.  Non bastano le nostre vite singole per realizzarlo.

Però è necessario ed urgente.

Per questo vogliamo istituire un Comitato.

Per essere in tanti e avere tanto tempo a disposizione.

Almeno il tempo di due o tre generazioni.

Per questo chiamiamo alla partecipazione tutti quelli che hanno a cuore il benessere collettivo ed il futuro e quelli che hanno ricevuto dai cittadini il mandato di lavorare per il bene comune

I giovani di qualunque età.

Quelli che hanno qualcosa da imparare e da insegnare

Quelli che vogliono fare e non approfittare.

Chiederemo ad ognuno di essi non da dove viene, ma se vuole fare con noi questo percorso esaltante. Questi cento passi verso un futuro migliore.

PCS Comitato per la Promozione del Comprensorio Soveratese

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