Napoli siamo noi

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Riporto questo articolo scritto e pubblicato a novembre del 2006 perché tenta di spiegare come si sono accumulati fallimenti, mafie e malapolitica. Se Napoli è sepolta sotto un mare d'immondizia non è un caso. Ma attenzione! Napoli siamo noi.

‘O paese d’o sole

 

La campagna stampa sui mali di Napoli che per giorni ha mobilitato il carrozzone politico-mediatico è già, probabilmente, finita, sepolta dai commenti sul risultato elettorale del Molise, lasciando tutto esattamente come prima, come peraltro avviene da circa un secolo, non solo per Napoli ma per tutto il sud Italia. Perché, è bene che sia chiaro, la questione di Napoli è la vecchia, storica e abusatissima “questione meridionale”.

Le chiacchiere di questi giorni: il populismo del centro, il sociologismo e l’ipocrisia della sinistra, le proposte nazipadane della destra, non sono niente di diverso dallo sproloquio che per tutto il secolo scorso hanno fatto le classi dirigenti nazionali che sulle macerie e miserie del sud ci hanno sempre campato. Fino ad ingozzarsi. Con il Piano verde, con la Cassa per il Mezzogiorno, con gli aiuti dei terremoti e delle alluvioni, ed infine con i finanziamenti nazionali ed europei.

Né si può dire che la questione sia mai diventata, nella testa di chi governa, una questione nazionale dello sviluppo di zone arretrate. Se così fosse stato la questione sarebbe stata risolta come è avvenuto per l’Irlanda, per alcune regioni della Spagna, come sta avvenendo per la Germania dell’est.

La “questione meridionale”, così come è posta, ieri come oggi, nella testa di chi governa, è la questione di una politica e di uno stato che al sud guarda come ad una appendice o più precisamente come ad una colonia. Per questo il meridione viene visto prioritariamente come un problema di ordine pubblico.

Quasi sempre i meridionali si lasciano raccontare dagli altri.
Come sempre, i politici meridionali, di destra di centro e anche di sinistra, tacciono o, al più, bofonchiano e balbettano perché malati cronici di ascarismo, inettitudine e gattopardismo.

Ma può essere illuminante capovolgere i termini e porre la “questione meridionale” dal punto di vista e soprattutto nell’interesse del meridione e dei meridionali.

Dal punto di vista e nell’interesse dei meridionali la questione vera sarebbe di liberarsi definitivamente di una “classe dirigente” politica e mafiosa che è ingrassata con una riforma agraria fasulla che ha prodotto solo milioni di emigrati e con la speculazione edilizia che ha devastato il territorio. Un ceto politico clientelare che ha continuato ad ingrassare con una industrializzazione altrettanto fasulla (Cassa per il Mezzogiorno e finanziamenti a pioggia) che ha prodotto ruderi inquinanti, pomposamente chiamate cattedrali nel deserto, mazzette per tutti e ricchezza solo per chi ha fornito gli impianti ed i progetti (le industrie del nord).

Una casta che si è consolidata gestendo gli aiuti per i disastri naturali (terremoti e inondazioni) finiti tutti e solo nelle tasche dei politici e delle mafie e con i finanziamenti europei che (in parte) hanno prodotto risultati economici, ma sono comunque serviti a riaffermare vecchi poteri, a costruire nuove clientele, a distribuire prebende.

Dal punto di vista e nell’interesse dei meridionali lo stato dovrebbe solo fare lo stato cioè assicurare realmente i servizi di cui ha il monopolio: la sicurezza (non serve l’esercito, basta la volontà di farlo), l’energia, i trasporti, le comunicazioni, la giustizia (e sarebbe già una vera e propria rivoluzione) e dotare il territorio di infrastrutture alla pari con le altre zone del paese.

Dal punto di vista e nell’interesse dei meridionali per promuovere veramente lo sviluppo non occorrono finanziamenti a pioggia (o a discrezione), che finiscono sempre e comunque nelle mafiose tasche degli amici degli amici, ma robusti automatismi premiali di tipo fiscale e contributivo che rafforzino il tessuto produttivo reale. Non gabbie salariali che aumentino le diseguaglianze e la divaricazione tra nord e sud ma assunzione da parte dello stato (e per un periodo prefissato) degli oneri contributivi di chi lavora.

Nell’interesse dei meridionali c’è la necessità di un ingente investimento di energie in ricerca, idee e progetti finalizzati alla difesa e valorizzazione del territorio, al turismo, alla agricoltura specializzata, alla produzione di alimenti e di manifatture di qualità.

Nell’interesse del meridione e dei meridionali c’è infine, ma prima di tutto, la necessità urgente di una rivoluzione radicale che spezzi di netto il legame omertoso e servile tra potentati locali e cittadini che si traduce nello scambio di voti (e quindi potere) contro favori (e quindi clientelismo e illegalità) perchè nel sud oramai l’immoralità e la vigliaccheria (per dirla con G. Bocca) non è più solo della classe politica.

Pubblicato su Il calabrone Novembre 2006

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